jueves, 18 de septiembre de 2014

groundfunding para RELATO MARRANO ANTOLOGÏA

Verkami: AQUI

Descripción del proyecto

Relatos Marranos. Antología* es el tercer título de la colección de feminismos D-fracciones de Pol·len Edicions.
El libro ofrece un arco iris de voces alrededor de la vivencia de la sexualidad en distintos registros: cuento, poesía, posts, emails, ilustraciones y collages. Textos que hablan sobre encuentros y desencuentros sexuales, sobre la maternidad, la masturbación, la prostitución, la ecosexualidad y las prácticas sadomasoquistas desde la diversidad funcional, la vejez, la adolescencia, las identidades desviadas y la transexualidad.
El objetivo de Pol·len Edicions es difundir obras de pensamiento crítico en las que es tan importante el contenido como la forma, por ello se ha hecho bajo criterios de ecoedición - al final del libro podréis encontrar la mochila ecológica que mide los impactos medioambientales de la producción de este libro-, será diseñado para que te apetezca meterle mano y publicado bajo una licencia Creative Commons.

Ventajas de aportar a la campaña

Si haces una aportación a la campaña podrás comprar el libro por adelantado a un mejor precio y te llevarás una de las recompensas que ofrecemos. Además nos ayudas a hacer una ponderación a la hora de imprimir y así no generar stock, otro criterio más de ecoedición.


Relatos Marranos. Antología from monstrodoxa on Vimeo.

jueves, 28 de agosto de 2014

Un'intervista a ideadestroyingmuros sugli arcipelaghi postesotici


l'articolo dal manifesto clicca QUI

Le rotte cangianti di Ideadestroyingmuros per gli arcipelaghi resistenti
Femminismi. Un'intervista al gruppo di militanza poetica ideadestroyngmuros

ideadestroy­ing­mu­ros, col­let­tivo fem­mi­ni­sta, trans­cul­tu­rale e di mili­tanza poe­tica, mette al cen­tro della pro­pria rifles­sione l’elaborazione dei pro­cessi geo-politici attra­verso il pro­prio vis­suto. Nella scrit­tura uti­liz­zano sem­pre il carat­tere minu­scolo come «segno di un dive­nire mino­ri­ta­rio pos­si­bile che ini­zia dall’estetica della frase». dal 2005 inven­zione e dislo­ca­zione com­pon­gono così la cifra poli­tica scelta dal gruppo che vive in diversi paesi euro­pei e che crea pro­getti attra­verso fitte cor­ri­spon­denze e momenti di vita con­di­visa. L’ultimo è stato in occa­sione della mostra archi­pe­la­ghi in lotta — le isole poste­so­ti­che, accolta nel mag­gio scorso all’università di Paris8, che tut­ta­via risponde a una nar­ra­zione più ampia comin­ciata nel 2013 e che Rachele Bor­ghi si sta impe­gnando a ospi­tare in autunno nel luogo in cui inse­gna: la Sorbona.

voi scri­vete che «exo­ti­que (…) descrive un’economia e ci pro­ietta imme­dia­ta­mente nelle rela­zioni neo­ca­pi­ta­li­ste tra le mul­ti­na­zio­nali e i popoli». Come met­tete in scena le vostre isole post-esotiche e che cosa signi­fi­cano per voi?

sin dall’inizio ci era chiaro che l’esotico fosse una dimen­sione dell’immaginario e un genere di rap­pre­sen­ta­zione delle rela­zioni neo­co­lo­niali. ci inte­res­sava per­ché mostrava l’intreccio tra le poli­ti­che inter­na­zio­nali, le eco­no­mie, le migra­zioni, e le per­ce­zioni di sé e delle alte­rità.
pen­sare il poste­so­tico dell’arcipelago mira a ren­dere visi­bili i con­flitti, le resi­stenze e lo sfrut­ta­mento che inter­cor­rono tra capi­tali e isole, deco­struendo l’immagine sel­vag­gia incon­ta­mi­nata e sen­suale a cui ogni isola è ridotta. l’esotico man­tiene i mondi lon­tani e li con­nette gerar­chi­ca­mente, per­met­tendo all’occidente di cer­care un luogo altro dove imporsi, una cul­tura altra per assol­versi, una spiag­gia per dimen­ti­care la pro­pria sto­ria e il pro­prio quo­ti­diano. la dere­spon­sa­bi­liz­za­zione è con­sen­tita per­ché i mondi sono con­si­de­rati sepa­ra­bili. il turi­smo è un esem­pio lam­pante di que­sta poli­tica. cucire l’arcipelago è stato un modo per rap­pre­sen­tare imma­gi­nari ed eco­no­mie poste­so­ti­che. le isole hanno forme cor­po­ree e vege­tali, lin­gue meticce, cer­niere aperte per un’omertà rotta, boc­che vul­ca­ni­che. hanno gambe per par­tire, mani per dire al mondo capi­ta­li­sta che si fotta e autoim­ploda. le isole sono dei luo­ghi di resi­stenza e, quindi, di nascita. poste­so­tico è creare delle alter­na­tive ai cir­cuiti eco­no­mici capi­ta­li­sti.
creare le isole ha signi­fi­cato inven­tare forme soste­ni­bili di incon­tro, di scam­bio, di soprav­vi­venza.
per fare qual­che esem­pio, tutto il mate­riale usato è stato recu­pe­rato attra­verso canali di cir­co­la­zione gra­tuita di vestiti, abbiamo potuto con­tare sull’ospitalità e la gene­ro­sità di ami­che e amici, sull’accoglienza presso lo spa­zio arti­stico auto­ge­stito «sha­ki­rail». per noi il sog­getto povero è un’isola che s’intreccia ad altri soggetti-isole nella stessa con­di­zione per for­mare un arcipelago-moltitudine, per ribel­larsi al mec­ca­ni­smo di assor­bi­mento neo­ca­pi­ta­li­sta basato sulla rivin­cita: i poveri, i sog­getti oppressi ed eso­tici, con l’obiettivo di ripren­dersi tutto ciò che è stato loro tolto, svi­lup­pano delle rab­bie e delle ten­sioni di autoaf­fer­ma­zione che spesso il capi­ta­li­smo sfrutta e che fini­scono, dun­que, per con­fer­mare gli assetti di potere. le isole hanno il com­pito di rom­pere que­ste dina­mi­che, di assu­mersi la respon­sa­bi­lità della pro­du­zione delle rap­pre­sen­ta­zioni prima che siano assor­bite, di rige­ne­rare con­ti­nua­mente le stra­te­gie.
la frase chi perde trova — che è l’incrocio tra i pro­verbi chi cerca trova et qui perd gagne (qui perde vince) — riflette que­sta spinta di cam­bia­mento di para­digma: che tutte le per­sone la cui sto­ria è segnata da una per­dita tro­vino; che per­dere, per chiun­que, in ogni caso, è una pos­si­bi­lità: non di vin­cere ma di tro­vare. l’ arci­pe­lago sospeso e rea­liz­zato a Paris8 è imma­gi­na­rio ma ha preso esi­stenza a par­tire dalle nostre sto­rie di per­dita: da Lošinj, un’isola dell’arcipelago del Quar­nero, e dalla Sici­lia e i suoi arci­pe­la­ghi. due isole su cui ha vinto, in modi diversi, il capi­tale e in cui oggi ci ricol­lo­chiamo per creare una pro­spet­tiva cri­tica e geo­po­li­tica con­tro occidentale.

Come hanno rea­gito negli spazi uni­ver­si­tari al vostro ordito mate­riale, affet­tivo e disobbediente?

le isole hanno fatto irru­zione nell’università occu­pan­dola come una tem­pe­sta. quando abbiamo pro­po­sto l’esposizione la respon­sa­bile della sicu­rezza era in allerta. ci ha posto una serie di vin­coli, paven­tan­doci la pos­si­bi­lità di azioni van­da­li­che (scio­gli­mento dei nodi, incen­dio) che le isole avreb­bero potuto subire e per­sino il rischio che sospen­derle nella corte interna del terzo piano avrebbe rap­pre­sen­tato una inci­ta­zione al sui­ci­dio.
ogni tem­pe­sta diventa un evento da cui può nascere una tra­sfor­ma­zione solo se si è dispo­sti a viverla. vivere la tem­pe­sta è stata una pra­tica interna ed esterna al lavoro del col­let­tivo. quando abbiamo scritto «se gli arci­pe­la­ghi sono la geo­gra­fia di come siamo, oggi è il giorno della tem­pe­sta» era­vamo all’interno dell’atelier di cucito. la tem­pe­sta che ci ha tra­volte è stata una discus­sione in cui abbiamo cer­cato di chia­rire i modi in cui la rap­pre­sen­ta­zione delle isole potesse cor­ri­spon­dere alle nostre vite.

Che senso ha la tempesta?

la tem­pe­sta ha attra­ver­sato gli spazi dello squat per­ché l’università è un luogo che non la pre­vede, dal momento che non pre­vede la vita. l’università ha la fun­zione di assor­birla attra­verso la ricerca, men­tre la tem­pe­sta, dato che il mondo non è un’aula bianca, cam­bia il pae­sag­gio e tra­sforma le nostre vite in ciò che vor­remmo siano. l’università non rea­gi­sce, assi­mila e sfrutta, le isole si cal­mano, ascol­tano, accu­mu­lano la deter­mi­na­zione e la spar­gono altrove. inve­stendo l’università fran­cese e parigi abbiamo cer­cato di fare in modo che que­sto altrove coin­ci­desse con uno dei cen­tri che le rende subal­terne, dipen­denti e rico­no­scenti al/la capitale.

Punto cen­trale sia in que­sto pro­getto che nel vostro lavoro, è la ses­sua­lità. In che modo le isole ricor­dano la sessualità?

la nostra pro­spet­tiva riguardo la ses­sua­lità si situa in rela­zione al con­te­sto euro­peo bianco occi­den­tale.  in que­sto con­te­sto le donne e gli uomini si pos­sono con­si­de­rare sog­getti che godono di pri­vi­legi bian­chi maschili men­tre chi pro­viene da est e sud dell’unione euro­pea è sot­to­po­sto a varie forme di fem­mi­ni­liz­za­zione. creare il nostro essere donne, quindi, implica entrare in rela­zione con que­sti pro­cessi di fem­mi­ni­liz­za­zione, capire come ci attra­ver­sano.
creare nella pro­spet­tiva del poste­so­tico ha impli­cato ripen­sare le cor­ri­spon­denze tra l’esotico e l’erotico. don’t wanna be your ero­tic, dont’t wanna be your exo­tic scrisse S. Ham­mad, una poe­tessa di Broo­klyn figlia di rifu­giati pale­sti­nesi, con­tro le rap­pre­sen­ta­zioni orien­ta­li­ste e ses­sua­liz­zanti pro­dotte negli iues­sei sulle per­sone e sui luo­ghi che rap­pre­senta.
essere con­sa­pe­voli della dina­mica colo­niale che rico­no­sce la forza ses­suale per sot­to­met­terla e per trarne pro­fitto, emo­tivo o eco­no­mico, è un pas­sag­gio neces­sa­rio per l’indipendenza delle isole. eppure rischia di essere depo­ten­ziante se l’esito di que­sto pro­cesso di libe­ra­zione è la deses­sua­liz­za­zione. la visione poste­so­tica si pro­pone di rico­no­scere la forza ses­suale delle isole, di rap­pre­sen­tarla in modo non inno­cuo e potente.
se all’esotico cor­ri­sponde l’erotico, al poste­so­tico cor­ri­sponde l’amore. nelle nostre gior­nate ha signi­fi­cato entrare in crisi rispetto alle espe­rienze e per­ce­zioni dei nostri corpi in rela­zione ai corpi «neri» e ai corpi «bian­chi», vivere delle pra­ti­che di incon­tro, dei rap­porti d’amore com­plessi in cui abbiamo fatto irrom­pere il riscatto, la per­dita, il con­flitto geo­po­li­tico.
le trecce che con­net­tono le isole tra loro e alla bal­co­nata hanno la forza di rap­pre­sen­tare le ten­sioni tra i ter­ri­tori cor­po­rei e poli­tici: si anno­dano, si sfre­gano, si sosten­gono, uni­scono, rischiano di scio­gliersi, però resi­stono.
le ten­sioni fanno delle isole un arci­pe­lago in lotta.

jueves, 3 de julio de 2014

BORRADOR BATTONZ KABARET despedida

aquí va nuestro querido kabaret.
en estos últimos dos años nos hemos ido con el por muchas ciudades de españa.
ahora las battonz se despiden (se toman una pausa) del kabaret para dar espacio a nuevos proyectos de vida, de lucha y de arte. os agradecemos el habernos acompañado en esta aventura. 
Las battonz queremos especificar que tras estos dos últimos años detrás de toda la gestión de cada evento hemos decidido que no queremos encargarnos más de esta búsqueda. Seguiremos siempre abiertas a valorar nuevas propuestas donde se propongan situaciones concretas y donde la cuestión económica esté asegurada.
Por esta razón y por la necesidad de abrir espacio a la gestación de nuevos proyectos decidimos despedirnos de esta etapa por todo lo alto y con todxs vosotrxs..
celebraremos la despedida en valencia este 
sábado 5 de julio a las 20h 
en el solar corona, calle corona 16, en el carmen. 
quien nunca lo vió animaros!!!!
gracias a todas aliadas y aliados que nos han suportado, big up aleksander green por las fotos, para este cartel también! sara galan luz y sonido de este kabaret

amule bayi, never giv ap !!!
os esperamos a todxs

...y para no olvidarnos...

"...al ser la vida en esta sociedad, en el mejor de los casos, un auténtico aburrimiento,
y al no ser ningún aspecto de ella relevante en absoluto para las mujeres,
a aquellas con mentalidad cívica, responsables y entusiastas sólo les queda derrocar el gobierno, eliminar el sistema monetario europeo, establecer la autogestión total y destruir el sistema patriarcal."
desde una "versión personalizada" del manifiesto S.C.U.M. de valerie solanas

lunes, 23 de junio de 2014

BORRADOR BATTONZ kabaret radiofónico

anita battonz tiburón se pira de valencia para ir a vivir en el norte de barcelona.
os quedan pocas ocasiones para volver a ver el kabaret...
puede ser que salga otro bolo en valencia pero por ahora solo podeis escucharlo
este miércoles 25 de junio a las 20:30 en Enredadas-RadioMalva 104.9 FM
on line www.radiomalva.org
el blog de Enredadas http://enredadasvalencia.blogspot.com.es/

battonz sound!!!
bless!!

miércoles, 28 de mayo de 2014

intervista di scene contemporanee al collettivo idm sulla expo: arcipelaghi in lotta



 bâtiment B2-Paris8
Intervista di scenecontemporanee.it
L’esposizione Arcipelaghi postesotici, visitabile all’Università di Paris8 fino al 28 maggio, è il frutto del lavoro di un collettivo transnazionale, ideadestroyingmuros, che riflette su luoghi, contemporaneità, politica e decolonizzazione.

Che cosa rappresenta l'arcipelago?
E’ la forma geografica delle nostre relazioni, il passaggio dall’abbandono e dalla solitudine di essere isola all’appartenenza e alla ricollocazione nel diventare arcipelago.
E’ una rappresentazione delle alternative di vita anticapitaliste in occidente nelle quali siamo impegnate. Ogni isola è connessa all’edificio attraverso delle trecce che percorrono il vuoto della sospensione. Un femminile teso che costituisce delle corde d’attracco, che fa divenire l’edificio un porto e l’arcipelago un miraggio nella banlieue parisienne, nel 93, a saint denis, per tutte-i quelle-i che, come noi, hanno la sensazione di vivere nel-la capitale un deserto emozionale e politico.

Cosa intendete per postesotico?
Nella Storia e negli immaginari dominanti le isole sono sconosciute, scoperte, deserte, selvagge e infernali, incontaminate, paradisiache. Esotiche, rappresentano degli ideali di puro erotismo. A partire dalle nostre biografie possiamo affermare che i processi culturali, politici e storici che attraversano le isole, segnati da forme di dominazione nazionale, economica e turistica, le trasformano in luoghi complessi da vivere.L’isola, luogo vergine o irrimediabilmente violato, non esiste più, e di certo non è mai esistita nei termini in cui l’hanno sognata e la sognano i turisti, gli imprenditori, gli antropologi, scrittori e artisti. Una visione postesotica punta a rendere visibile il conflitto con questo immaginario.
La superficie delle isole è composta da forme corporee, geocorpi, corpi vegetali che traducono una visione postesotica delle isole, l'idea di un arcipelago in lotta: le isole hanno lingue che si mescolano e affermano, cerniere aperte per un’omertà che non regge più, bocche vulcaniche. Hanno gambe per partire, mani per dire al mondo capitalista che si fotta e autoimploda senza di loro. Le isole sono dei luoghi di resistenza e, quindi, di nascita.
 Quali sono le pratiche che operano in questo progetto?
Le isole destabilizzano il formato del sistema dell’arte contemporanea per vari motivi: la realizzazione in un centro autogestito, l’uso esclusivo di materiale riciclato e di seconda mano, la destrutturazione del circuito obbligatorio fondato sull’esposizione in un luogo preposto all’arte e sul vernissage, un processo di creazione condiviso da tutto il collettivo. Le mani che sono passate sul mare e nel sangue sono moltissime. Le isole hanno preso corpo grazie alla presenza, agli occhi, alle parole, al supporto materiale delle persone vicine, che le hanno raggiunte, incontrate, messe in discussione, amate.
Cucire le isole è stato un processo di auto/osservazione reciproca e collettiva, in cui il fare è stato in stretta relazione con i comportamenti corporei, i vissuti emozionali e il contesto urbano, politico nel quale ci siamo trovate.  Abbiamo tenuto un journal de bord, una pratica autoetnografica, composto da brevi testi e fotografie per rendere pubblico quello che stava capitando.

Che connessione create tra il luogo di creazione e realizzazione con la sede dell’esposizione all'università di Paris8?
Il luogo di creazione delle isole è stato lo Shakirail, un centro autogestito dal collettivo Curry Vavart nel XVIII arrondissement che comprende due enormi stabili più uno spazio sterrato per le galline e per stare al sole. E’ uno spazio di lavoro composto da ateliers, spazi per le prove di danza, musica e teatro. Le pratiche di creazione condivisa, vita comune, solidarietà e prossimità ne fanno uno spazio di resistenza. Ci hanno offerto la possibilità di usare l’atelier couture con tutti gli strumenti e le stoffe, di dormire in uno sleeping.
Cucire le isole in questo contesto ha avuto il senso di “risolvere” la precarietà delle nostre vite e le condizioni materiali del processo artistico contribuendo ad uno luogo di sperimentazione.
L’Università di Paris8 all'inizio ci aveva proposto di esporre le isole nella hall des expositions, una vetrina istituzionale consacrata all'arte. Abbiamo insistito perché le isole occupassero lo spazio del bâtiment B2, perché stessero proprio lì dove siamo passate noi, un miliardo di volte, per seguire i corsi, per chiedere informazioni sulla nostra iscrizione. E' uno spazio decadente e grigio, sicuro e sporco, come la france. Le isole devono entrare in dialogo con il contesto materiale, proponendo degli altrove, immaginari e reali.

Che significa "qui perd trouve"?
che il mondo occidentale perda.
che tutte le persone la cui storia è segnata da una perdita, invece, trovino.
che perdere per chiunque, in ogni caso, è una possibilità. Non di vincere ma di trovare.